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Lo streaming sta mangiando Internet.

Lo streaming sta mangiando Internet.

I protagonisti della rete si azzuffano per garantire il miglior servizio all’utente, e intanto video (streaming e non) mangiano fetta per fetta il traffico internet globale.

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Videochiamate, video postati, video streaming: video ovunque. NPD Group ha presentato una ricerca sui comportamenti di consumo sullo smartphone: dal secondo trimestre 2015 al secondo del 2016, il numero di Millennial (18-34 anni) che hanno dichiarato di usare il proprio telefono per chiamate video è cresciuto del 14% e il consumo pro capite di dati per attività riguardanti i video è triplicato nel solo arco di 12 mesi.

Secondo recenti dati forniti da Cisco e riportati da Quartz, i video rappresentano il 70% di tutto il traffico di internet, e nel 2020 la percentuale potrebbe tranquillamente salire al 90%.

Vien da pensare che avesse ragione Zuckerberg, Ceo di Facebook, aveva dal canto suo anticipato: sempre meno testo, ed entro cinque anni, solo video. “Anno dopo anno, stiamo vedendo l’utilizzo degli smartphone in costante aumento tra i Millennial, soprattutto per quanto riguarda le funzionalità video, che sono spesso azioni che richiedono maggior numero di dati”, ha commentato il direttore esecutivo di NPD Connected Intelligence.

Secondo il loro rapporto, il consumo dati per i video è cresciuto nell’arco di un anno del 130%. Se si considera anche quello sotto rete Wi-Fi, sempre da mobile, l’aumento segna un +192%, arrivando a quota 15 GB al mese per utente, rispetto ai 5 GB dell’anno precedente.

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La colonizzazione, ovviamente, si nutre di streaming: ogni giorno, nel Nord America, il 40% del traffico internet nelle ore di punta passa da Netflix (dati Sandivne). Secondo Nielsen, nel primo trimestre del 2016 le persone tra i 18 e i 43 anni hanno speso ancora circa 21 ore a settimana guardando la televisione, ma altre 30 ore sono stati appiccicati a smartphone, tablet e altri dispositivi che trasmettevano, la maggior parte di quel tempo, video. Le abbuffate di video sono pratica anche italiana, secondo un rapporto Ericsson.

Il sempiterno dilemma che lega l’uovo alla gallina si applica facilmente anche all’ecosistema dei video: prima del 2005 questi occupavano già un ruolo preponderante nel traffico mondiale di internet, ma le esperienze utente non erano così affinate. Da quel momento le Content Delivery Networks, proprietà delle maggiori aziende tech del mondo hanno potuto contare sulla qualità di trasmissione.

Non c’è stata azienda che negli ultimi anni non abbia speso sudore e sangue per restituire tecnologie e funzioni dedicate ai video che sbaragliassero la concorrenza. Google ha spinto YouTube nella rissa per lo streaming contro Facebook e Twitter. L’asticella si sposta ogni mese più alto: Facebook recentemente ha annunciato le dirette di 4 ore, con nuovi tipi di visualizzazione, mentre Periscope ha definitivamente sepolto Meerkat, che pure era nata prima (ma non poteva contare sullo stesso pubblico di Twitter).

Fondamentali, nella guerra alle visualizzazioni, le integrazioni e le trasmissioni senza sosta introdotte dalle piattaforme: Facebook, per esempio si lanciò con l’autoplay, opzione che, a detta di Chris Cox (Chief Product Officer) ebbe la fortuna di capitare poco prima dell’Ice Bucket Challenge. Twitter ha portato le dirette in timeline, per fare in modo che non restassero relegate all’app di Periscope: per la stessa ragione, permette anche di sfruttare i trailer automatici delle dirette. Scuola a sé, ma neanche troppo, ha fatto Snapchat, che con i video è nata, e che ha lanciato il modello Storie, scopiazzato a destra e a manca e ora ha aggiunto anche gli occhiali che li riprendono, così da non dover nemmeno avere le mani occupate.

E sono solo alcuni esempi dell’infinita realtà che sta facendo in modo che i video facciano del traffico internet un sol boccone.

Fonte: Wired.it